Approfondimento: Storia dell'Autopsia

 Autopsia:  da Ippocrate a Napoleone 

Il termine autopsia deriva dal greco, dalla fusione delle parole “stesso” e “vista” e si riferisce alla serie di operazioni di ispezione esterna e dissezione di un cadavere allo scopo di distinguere aspetti normali e patologici e stabilire, in base a questi ultimi ,quali siano state le cause della morte. Non abbiamo notizie di vere e proprie autopsie ai tempi di Ippocrate, per il quale il copro umano è il risultato della interazione di quattro elementi: bile nera, bile gialla, catarro e sangue. L’indubbio merito della sua teoria umorale è quello di stabilire che la malattia è il risultato di uno squilibrio interno e non un capriccio di una delle tante divinità dell’Olimpo. 

Dieci anni dopo la morte di Ippocrate nasce Tolomeo, che diventerà re di Egitto e fonderà la biblioteca di Alessandria: è lui il primo monarca ad autorizzare l’esame e la sezione dei cadaveri a scopi didattici, generalmente su criminali condannati a morte. Il primo anatomista della storia in grado di distinguere vene da arterie e nervi sensitivi da motori si chiama Erofilo da Calcedonia e a cavallo tra il IV e il V secolo a.C. esegue regolarmente autopsie su esseri umani e animali. Un salto in avanti di qualche secolo e siamo alle idi di marzo del 44 a.C.; a dar retta allo storico Svetonio tocca al medico Antistio esaminare le ferite sul corpo di Cesare e stabilire quali dei 23 fendenti si è rivelato fatale; è la prima ispezione cadaverica con scopi giuridici. Dopo Ippocrate non c’è dubbio che il punto di riferimento per generazioni di medici sia Galeno nato a Pergamo nel 129 d.C capace di legare i sintomi di un paziente deceduto, con la regione anatomica interessata. 

Nel 1231 Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero, stabilisce che ogni anno per scopo di studio e insegnamento alle scuole mediche siano fornite di almeno due corpi di criminali giustiziati e nel 1302 il magistrato di Bologna ordina al medico Bartolomeo da Varignana di eseguire la prima autopsia medico-legale per stabilire se la causa della morte sia dovuta all’azione del sospettato. Nel periodo del Rinascimento studenti e insegnanti di anatomia si riunivano in una sala attrezzata e assistevano alle dimostrazioni condotte sui cadaveri da un perito dissettore, ma è con l’era Moderna che le indagini anatomiche fanno un balzo in avanti. Nel 1507 Antonio Benivieni pubblica “Le cause nascoste delle malattie”, un trattato di anatomia forense e nel 1533 ecco l’incredibile storia delle gemelle siamesi Gioana e Melchiorra Vallestero, sopravvissute appena otto giorni alla nascita. A loro viene riservata la prima autopsia effettuata nel nuovo mondo, a Santo Domingo, e su richiesta dalla Chiesa; per benedirle infatti il sacerdote vuole sapere se le neonate condividono l’anima, al tempo identificata con il cuore, oppure se ciascuna di esse ne abbia una propria. 

Duecento anni più tardi la scena la ruba una donna, Anna Morandi, moglie di Giovanni Manzolino. Artista lei e docente di anatomia lui, la coppia sfrutta quanto emerge dalle dissezioni dei corpi per costruire sofisticati modelli in cera. La fama di Anna valica presto i confini italiani: la vuole la Royal Society di Londa, le corti di Russia, Francia e Spagna, ma lei rimarrà nella sua amata Bologna, dove morirà a 60 anni. Nel 1761 esce il trattato più celebre di Giovanni Battista Morgani, il “De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis” cioè sulle sedi e le cause delle malattie attraverso l’anatomia; nel libro vengono presentati le storie e le analisi di 700 casi clinici con la descrizione dei risultati delle autopsie condotte dopo la morte. I suoi principi sono applicati all’estero e costituiscono la base dello studio della anatomia clinica in tutta Europa. La fine dei Settecento vede la genesi dei lavori di Marie François Xavier Bichat, il primo a usare il microscopio per studiare tutti i tipi di tessuto che compongono il nostro corpo. Siamo così arrivati all’Ottocento, e la figura di riferimento è il boemo Karl Von Rokitansky, una sorta di divo delle autopsie, tanto che dichiara di averne eseguite almeno 30000, inclusa quella a Ludwig Van Beethoven. 

Nel 1821 la medicina legale trova un imprevedibile sostenitore in Napoleone Bonaparte, che prima di morire chiede al suo medico personale, Francesco Antomarchi di eseguire un’autopsia sul suo corpo, non per la paura di essere avvelenato, ma per fare un rapporto al figlio per indicargli quali rimedi e stili di vita adottare per prevenire la sua sofferenza.  Suo padre era infatti morto con sintomi simili ai suoi: il medico troverà danni compatibili con un cancro allo stomaco.

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